Yoga come filosofia di vita

etica dello yoga

La pratica dello Yoga, come forse avremo già letto o sentito, non è semplicemente un insieme di Asana sul tappetino. C’è molto di più, è uno stile di vita, una filosofia che può abbracciare il quotidiano. Ognuno di noi vive lo Yoga in modo personale: c’è chi ama un approccio più fisico e dedica più tempo alle pose, c’è chi preferisce la meditazione, altri ancora magari amano anche immergersi nelle letture dei testi classici dello Yoga.

Le sequenze sul tappetino possono essere l’inizio di un percorso più lungo e profondo, verso un atteggiamento più consapevole, una vita più sana, un’esistenza più autentica e più etica. Patanjali negli Yoga Sutra ci suggerisce come vivere in modo etico secondo lo Yoga: attraverso gli Yama e Niyama.

Possiamo considerarli come una guida, un guardrail che ci permette di rimanere centrati, anche nelle situazioni più complesse, in cui abbiamo bisogno di ritrovare la giusta direzione. Ricordiamoci che possiamo sempre adattare questi precetti ai nostri ritmi di vita e a ciò che più sentiamo in linea con il nostro vero sé. Vediamo alcuni esempi di come le regole etiche della tradizione yogica possono riguardarci da vicino.

Il primo e fondamentale Yama è Ahimsa, la non violenza e possiamo sempre ricondurci a questo. Ogni volta che abbiamo un dubbio su una nostra azione, torniamo a riflettere sulla compassione per tutti gli esseri viventi, perché qui possiamo trovare molte delle risposte che cerchiamo. Fermiamoci un attimo a pensare a come trattiamo il corpo, quando pratichiamo sul tappetino, ma anche nella vita di tutti i giorni. Lo rispettiamo? Spingerci troppo in un Asana che ancora non ci appartiene significa dare troppo peso all’Ego: questo viola il principio di Ahimsa, ma anche Asteya e Satya: stiamo rubando quella posa, quella forma che assume il nostro corpo non è pienamente onesta. Lo Yoga ci chiede invece di rimanere connessi, presenti e di sapere attendere. Il momento giusto verrà, l’importante è il percorso che stiamo facendo, ciò che impariamo per arrivare ad una posa.

Inoltre, nutriamo il nostro corpo con cibo adeguato alle nostre esigenze? Sano? In modo consapevole? Gli alimenti che scegliamo violano Ahimsa? Ci sono tanti modi per rispettare questo concetto e non necessariamente implicano la scelta vegetariana o vegana. Possiamo scegliere di variare la nostra dieta, di preferire un certo cibo o un certo negozio piuttosto che un altro, optando per alimenti meno processati, non sprecando, acquistando solo ciò di cui abbiamo bisogno, cercando di preferire confezioni zero waste e gustando i pasti con gioia e presenza, magari non davanti alla televisione accesa o con lo smartphone in mano per controllare le notifiche dei vari social.

Le relazioni che abbiamo rispettano Ahimsa? Il nostro lavoro, l’occupazione, ma anche gli interessi che ci coinvolgono rispettano la gentilezza che vorrebbe il primo precetto degli Yama? Il nostro linguaggio è pieno d’amore? Il dialogo interno che rivolgiamo a noi stessi è premuroso? Pasolini scriveva “le parole sono come ferite sulla pelle”, ma possono essere anche baci, carezze. Dipende da noi. Allora è vivere in modo yogico anche scegliere di utilizzare parole gentili, ma anche optare per il silenzio. Quante volte ci siamo sentiti in dovere di dire qualcosa, di riempire con le parole un momento o uno spazio vuoto? Ma come ci insegna la pratica e in particolare il Pranyama, la nostra stessa esistenza è fatta di vuoto e di pause come contrapposizione al pieno, e questo permette alla vita e al Prana stesso di fluire e circolare. Chiediti inoltre, se rispetti il tempo degli altri, che sia interrompendo una persona che sta parlando, o arrivando in ritardo ad un appuntamento (anche virtuale o telefonico) significa non rispettare l’altro e violare Asteya. Sempre parlando di relazioni, citiamo anche Brahmacharya, tradotto come astinenza sessuale, ma in realtà riguarda più in generale l’avere rapporti sinceri, non approfittarsi delle persone per raggiungere secondi fini.

Vivere in modo yogico significa anche possedere solo ciò di cui abbiamo bisogno. Nella nostra società occidentale l’idea di avere tante cose, magari costose, spesso è associato ad una sensazione di valore. Avere scarpe di una certa marca, una determinata auto, un certo telefono ci dà l’illusione di aumentare anche il nostro valore personale. Uno Yogi non accumula, ha ciò di cui ha bisogno, nulla di più e questo è strettamente collegato a Aparigraha, il non possesso.

Inoltre, un praticante Yoga sa che il suo corpo è il suo tempio e lo tratta come tale.

“Il corpo è il mio tempio, gli Asana sono le mie preghiere”. Iyengar

La pulizia diventa, quindi, non solo un rituale quotidiano di bellezza e igiene, ma qualcosa di più profondo: Saucha. Gli Asana e i Pranyama ci liberano dalle tossine e la meditazione ci aiuta a purificare anche la nostra mente da pensieri limitanti e negativi.

Last, but non least per vivere una vita yogica non deve mancare Santosha, un atteggiamento di felicità incondizionata. Sam significa tutto, del tutto, mentre Tosha è appagamento, soddisfazione. Indipendentemente da ciò che avviene attorno a noi, cercando di rimanere distaccati dal risultato dovremmo sempre cercare di mantenere il sorriso sulle labbra. Accettare ciò che la vita ci offre significa:

  • rimanere connessi al flusso, proprio come ci insegna il Vinyasa Yoga
  • placare le vritti, le fluttuazioni della mente e quindi, di conseguenza, essere più sereni
  • avere una profonda consapevolezza del qui ed ora
  • rinunciare al continuo desiderio di volere di più e meglio (che non significa sedersi sugli allori ma continuare a portare avanti il nostro Dharma con Tapas, fervore, ma senza attaccarci al risultato). Insomma, uno stato di Sukha, felicità duratura, contrapposta a Preya, che invece è transitoria.

Lo yoga ci insegna davvero come poter essere felici, non solo sul tappetino, ma anche nella quotidianità… perché fermarsi agli Asana?