I 5 Klesha gli ostacoli nello yoga o nodi della mente

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I Klesha sono gli ostacoli nello yoga, i “nodi della mente” come vengono definiti da Patanjali negli Yoga Sutra (nella seconda parte, quella dedicata alla Sadhana, ovvero alla pratica).
Questi ostacoli hanno come matrice la paura e condizionano la nostra vita quotidiana, spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Infatti, se la mente è calma gli ostacoli sono quasi inesistenti, mentre se i nostri pensieri sono agitati, queste afflizioni diventano più presenti e insistenti.

La meditazione, le tecniche di Pranayama e le pratiche di yoga ci aiutano ad avere più consapevolezza di noi, lo studio del sé, Svadhyaya ci fa comprendere le cause della nostra sofferenza che si manifestano con emozioni negative come la tristezza, la depressione, l’ansia e le fobie.

Prendere consapevolezza di quali sono i nostri ostacoli, affrontandoli con compassione e un pizzico di curiosità intellettuale, piuttosto che di critica, può aiutarci nel nostro percorso di crescita personale e spirituale.

Vediamo nel dettaglio i 5  Klesha sono gli ostacoli nello yoga, i “nodi della mente”:

  • Avidya, la mancanza di conoscenza che provoca una comprensione errata delle cose
  • Asmita, l’illusione dell’Ego
  • Raga, l’attaccamento nei confronti di oggetti ed idee
  • Dvesa, l’avversione, in particolare verso quei pensieri e ricordi legati al passato più doloroso
  • Abhinivesha, l’attaccamento ostinato alla vita e, la conseguente, paura della morte.

Avidya
È il primo dei Klesha, e possiamo considerarlo come il terreno fertile in cui possono nascere gli altri ostacoli: è la conoscenza errata delle cose.
Facciamo un esempio pratico, per capire meglio.
Immagina di essere in una stanza completamente buia, fai fatica a distinguere gli oggetti presenti e tutto ti sembra terribilmente spaventoso.
All’improvviso si accende una luce e vedi che sei in un luogo bellissimo, la casa dei tuoi sogni, con i mobili che hai sempre desiderato, i tuoi colori preferiti, fiori freschi che impreziosiscono l’ambiente.
Questa è una metafora di come, spesso, non conosciamo tutto, non vediamo tutto e perdiamo la connessione con il nostro sé più profondo e la sua natura divina.
La stessa cosa accade quando non ci sentiamo bene e ci ripetiamo “sono malato”, ma è solo una parte del nostro corpo ad essere afflitto dalla malattia, non il nostro vero sé, non l’anima custodita nel nostro corpo fisico.

Asmita
Spesso viene tradotta con egoismo, e ne soffriamo quando ci identifichiamo totalmente con ciò che siamo, con i nostri ruoli e definizioni.
Ad esempio, cosa accade se ci identifichiamo totalmente con il nostro lavoro? Se questo, per qualsiasi motivo cambia, ci causerà sofferenza.
Io sono “questo o quello”, limita le nostre infinite possibilità.
Una precisazione, l’Ego può essere molto potente (e farci sentire superiori nei confronti degli altri), oppure molto debole (e farci percepire l’inferiorità), ma, in entrambi i casi ci sarà sofferenza.

Raga
Quante volte ti è capitato di vivere il presente solo se confrontato al passato?
Era più buona la torta di ieri, la scorsa settimana al lavoro è andata molto meglio, l’anno passato è stato migliore…
Ma questo continuo misurare, valutare e mettere a confronto ciò che è già stato è una causa di sofferenza.
Cerchiamo di apprezzare i momenti per ciò che sono e lasciamoli andare, questo creerà più spazio per nuovi piaceri.
L’ansia, la frustrazione e la rabbia che proviamo possono essere ricondotti a Raga.
Quando accade possiamo meditare: quale cosa del passato sto cercando di replicare? Perché?

Dvesa
L’attaccamento al dolore del passato ci crea non solo sofferenza, ma ci fa mal interpretare le situazioni del presente, vincolandoci e non permettendoci di essere liberi nelle nostre scelte, influenzandoci negativamente.
Facciamo un esempio pratico: usciamo con un/a ragazzo/a coi capelli biondi e scopriamo ci tradisce. Difficilmente ci fideremo di nuovo di un partner biondo.
Dvesa ci fa pensare “non amerò più, non riuscirò più a fidarmi”.
Dvesa è il nostro passato che ci limita e condiziona.

Abhinvesha
L’ultimo dei Klesha, gli ostacoli nello yoga, ovvero la paura della morte è naturale, ancestrale e, in un certo senso, anche sana, perché ci permette (grazie all’istinto) di sopravvivere.
Ma, allo stesso tempo, occorre anche riconoscere la morte come parte integrante del processo della vita.
La nostra moderna società occidentale ha completamente dimenticato questo: siamo circondati da media e pubblicità che vogliono farci essere belli e giovani, senza segni del tempo, viviamo costantemente con l’idea di essere il nostro corpo, mentre lo yoga ci insegna che non siamo solo il nostro corpo, non siamo solo i nostri pensieri, ma siamo qualcosa di divino.
Nella pratica degli Asana cerchiamo di superare Abhinvesha con la posizione di Savasana, il cadavere, che ci insegna ad abbandonare il nostro corpo come se tornasse alla sua sorgente primaria:

I’m not the body, not the mind, I’m something divine, I’m eternal, undisturbed and forever. The real self never die. – Stephanie Snyder.

Foto di copertina: Luca Luigi Gallini @llgwood